San Jacopo ed i bambini

Scuola Primaria Carradori Pistoia Classi  4° A e B – A.S. 2005-06
S. Jacopo Patrono  di Pistoia e la Giostra dell’Orso

 

25 Luglio: a Pistoia è festa! È S. Jacopo. PATRONO della nostra città.Ma chi era S. Jacopo?Dove ha vissuto?
Perchè è diventato patrono di Pistoia? Come si festeggiava nel passato? E oggi? Noi bambini delle classi 4° e 5° della Scuola Carradori, abbiamo provato a rispondere a queste domande cercando: tracce storiche, brani scritti, pitture, reperti in chiese, piazze, musei, notizie in biblioteca…In questa attività è stata preziosa la guida delle nostre insegnanti affiancate dall’esperta di Pistoia Ragazzi Mariella. Abbiamo scritto molto con l’uso del computer, abbiamo disegnato riproducendo opere d’arte e immaginando scene del passato. Ma… cominciamo dall’inizio della nostra interessante ricerca!

Al Museo
Un miracolo
Pagar’ a tanto haldo
 
 

 

San Jacopo in Castellare
Chi era San Jacopo?
Le antiche feste in onore di san Jacopo
Pranzi speciali
 
La fiera
Il palio di San Jacopo
Il palio
I rioni
 
La giostra dell’orso
La processione religiosa

Al Museo

La prima tappa del nostro percorso è stata al Museo Civico. All’interno del Museo Civico si trova la più antica raffigurazione pistoiese di San Jacopo, risalente alla fine del XII secolo: è un bassorilievo di marmo bianco, che rappresenta la missione di San Giacomo: Gesù che incarica il suo apostolo di predicare il Vangelo. Quando fu eseguita questa scultura san Jacopo non era ancora il patrono di Pistoia. Proseguendo per le sale del Museo, abbiamo osservato altri dipinti in cui è raffigurato San Jacopo. Nella Sacra Conversazione di Ridolfo del Ghirlandaio (Firenze 1483-1561) il Santo è ritratto alla destra di san Sebastiano mentre tiene in mano il Vangelo. In altre tavole san Jacopo viene rappresentato con gli attributi propri del pellegrino, dagli artisti Gerino Gerini (Pistoia 1480-post 1531) e Giovanni Battista Volponi (Pistoia 1489-1561). Nei dipinti il santo è sempre raffigurato con il mantello, la pellegrina e con il lungo e pesante bastone, dal pomolo e dalla punta metallica, il bordone.

Ma siamo rimasti soprattutto attratti dal dipinto della Madonna della Pergola, che raffigura una Sacra Conversazione con la Vergine in Umiltà e i Santi Bartolomeo, Jacopo e Giovannino, eseguito dal pittore Bernardino Detti , nel 1523. Qui san Jacopo impugna il bordone da cui pende la conchiglia.Questa, che appare anche appuntata al galero, secondo l’uso più frequente dei pellegrini, divenne il distintivo di coloro che si recavano a Compostella. Le conchiglie venivano raccolte sulle spiagge della Galizia, in Spagna e venivano utilizzate per bere alle sorgenti. Sul galero di San Jacopo abbiamo notato, inoltre, un lungo aculeo d’istrice, l’insegna di piombo del santuario di Loreto ed il distintivo quadrato, probabilmente su stoffa o carta, della Veronica di Roma.Abbiamo capito quindi, che a partire dal 1145 Pistoia diventò una meta di pellegrinaggio, quando vi fu portata una reliquia del Santo. Quindi si diffuse la sua rappresentazione come pellegrino, con il bordone, il nicchio ed il galero. Continuando il nostro viaggio, sulle tracce del nostro santo patrono, siamo entrati nel cortile del Palazzo Comunale. Qui ci siamo trovati davanti ad una scultura in pietra raffigurante San Jacopo con il suo cappello, i sandali, la sua mantellina corta, detta pellegrina o sanrocchino e le conchiglie sulla veste e sul cappello. Mancava il lungo bastone, ma si capiva che ci doveva essere, dal piccolo foro d’appoggio visibile in basso. Abbiamo fatto un salto indietro nel tempo: che emozione!

Leonardo di Ser Giovanni
Vocazione di S. Jacopo

Ora anche noi vogliamo ripercorrere con l’immaginazione il cammino dei pellegrini. Ci incamminiamo, perciò, verso la Cappella di San Jacopo. Siamo davanti alla porta laterale della Cattedrale, che veniva definita porta santa o porta dei pellegrini. Qui il vescovo benediceva coloro che iniziavano il pellegrinaggio. Questa porta è sormontata da un architrave, ornato di bellissimi tralci e reca inciso questa iscrizione:- O tu che giungi, apprendi ciò che insegna la chiesa di Cristo: chiunque tu sia, evita il male, fai il bene e vivrai in eterno. La Cappella che ospitava l’altare con la reliquia di San Jacopo, fu fatta costruire dal vescovo Atto all’interno della Cattedrale, con una cancellata di ferro, di cui rimangono tracce, ancora oggi, nelle prime colonne della navata destra. Il fondo era chiusa da un muro, davanti al quale era posto l’altare d’argento. Fu probabilmente dal portale di accesso della Cappella, che Atto ricevette da Baldo e Mediovillano, il cofanetto contenente le reliquie dell’Apostolo. All’interno della Cattedrale, abbiamo osservato le tre formelle, che mostrano la partenza dei due pellegrini, il loro ritorno con la consegna della sacra reliquia al vescovo e la gloria di quest’ultimo fra due angeli.La cappella di S. Jacopo divenne una meta di pellegrinaggio, per chi non era in gradi di affrontare il lungo viaggio a Compostella, ma anche per quelli che là erano diretti o che ne facevano ritorno. Per i primi la visita diventava garanzia di protezione sul lungo viaggio; per i secondi ringraziamento per il buon esito dell’impresa. La Cappella rimase lì per molti secoli, finchè non fu nominato vescovo di Pistoia Scipione de’ Ricci. Questi nel 1786 riunì a Pistoia un Sinodo (adunanza di sacerdoti presieduta dal Vescovo) durante il quale fu abolita l’adorazione di molte reliquie, fra cui qiella di S. Jacopo e furono chiuse molte chiese. Nell’anno seguente fu tolta dalla Cattedrale la Cappella di S. Jacopo


Leonardo di Ser Giovanni -Predicazione di S. Jacopo

All’interno del Duomo la nostra guida ci ha mostrato l’opera più significativa del culto jacopeo:
l’Altare d’argento dedicato al Santo. Oggi è posto nella Cappella del Giudizio, ed è una delle più importanti opere di oreficeria medievale. Esso è stato realizzato in fasi successive, dal 1287al 1456, con figure preziose e smalti dai colori vivaci. L’artista Giorgio Pisano realizzò nel 1353 la grande statua di San Jacopo in trono, il primo reliquiario posto nella nicchia centrale del dossale. Il santo è rappresentato assiso in trono, con tutti gli attributi della missione apostolica del pellegrinaggio:il libro, il bordone, la bisaccia con il nicchio e il galero. Sia nel paliotto frontale dell’altare, eseguito dall’artista Andrea di Jacopo d’Ognabene, che nel paliotto laterale sinistro, eseguito dall’orafo fiorentino Leonardo di Ser Giovanni, abbiamo osservato molte formelle riguardanti i fatti della vita di san Jacopo. Queste, ci ha detto la guida, avevano la funzione di illustrare visivamente ai fedeli ed ai pellegrini, il contenuto dei brani liturgici letti durante le celebrazioni eucaristiche solenni, specialmente nel periodo compreso tra la vigilia e l’ottava di S. Jacopo, di cui faceva partela festa del 25 luglio, memoria dell’apostolo. Chissà come doveva essere bella la Cappella, con le pareti affrescate e questo splendido altare tutto d’argento dorato. A noi sono particolarmente piaciute alcune formelle, così abbiamo provato a riprodurle con la tecnica a sbalzo.

Andrea di Jacopo d’Ognibene
                   Martirio e gloria di san Jacopo


Leonardo di Ser Giovanni
Il corpo di San Jacopo trasportato dai discepoli  in Spagna

Prima di uscire, alzando gli occhi sopra il portale, un tempo di accesso alla cappella, abbiamo visto in una lunetta, un affresco rappresentante Cristo fra S. Jacopo e S. Giovanni Evangelista. Nell’affresco l’apostolo reca il Libro in mano ed è identificabile per la scritta Sanctus Jacobus. Ormai esperti nel riconoscere il nostro santo Patrono, ci siamo soffermati ad osservare una pila dell’acqua santa. Nella tazza compaiono i busti di quattro apostoli: Jacopo, Giovanni, Pietro e Paolo. Tutti quanti abbiamo riconosciuto S. Jacopo, perchè recava come elemento distintivo il nicchio sulla spalla. La sua testa era la più consumata, proprio perchè toccata da chissà quanti pellegrini. Appena usciti ci siamo soffermati su un altro bellissimo affresco. Rappresenta S. Jacopo in trono, vestito come ai tempi di Gesù, protettore del pellegrinaggio verso Compostella e della città di Pistoia, che è messa sulle sue ginocchia. Fu dipinto nel 1582 da Giovanni di Bastiano Balducci, sotto il portico della Cattedrale, all’ingresso della vecchia sacrestia di S. Jacopo. Un ultimo saluto dalla piazza a S. Zeno ed a S. Jacopo, che di lassù guidano il nostro cammino…

Siamo arrivati nel loggiato dell’Ospedale del Ceppo. Una delle formelle che rappresentano “Le sette opere di misericordia”, quella che illustra il precetto di “Accogliere i pellegrini”, mostra anche l’apostolo Jacopo. Qui si è fatto viandante acquisendone il costume ed assumendo su di sé anche la fatica e la polvere del viaggio.

 

 

Un miracolo…


Nei giorni in cui arrivò a Pistoia la reliquia di S. Jacopo, una fanciulla di Piteccio, trovandosi nell’orto di casa, vide una colomba che svolazzava qua e là. Attirata dalla graziosità e dalla mansuetudine di quel pennuto, quella bambina desiderò di poterlo prendere. Per riuscirci, le venne in mente di invocare S. Jacopo di cui tutti in quei giorni parlavano. -Caro Santo- supplicò quella fanciulla- se è vero che voi fate tanti prodigi, fatemene vedere uno anche a me. Ottenetemi di poter acchiappare questa graziosa colomba… E all’istante questo volatile su una spalla seguì la fanciulla fino in casa dove restò docile senza più allontanarsene. Il fatto sia per la fanciulla, sia per quelli di casa, parve che avesse davvero del miracoloso. Se ne parlò in giro e la notizia arrivò agli orecchi del sacerdote officiante la chiesa del paese.
 E questo buon prete pensò che il Vescovo Atto avrebbe accolto volentieri l’omaggio di quella colomba, considerata quasi come sacra. Persuase la fortunata fanciulla ad offrirla all’altare del Santo Apostolo in Cattedrale. Detto fatto. Così la colomba prese stabile dimora in quella cappella “santuario” dedicata al culto del Santo, volando attorno all’altare, senza mostrarsi mai turbata né dai canti, né dal continuo entrare ed uscire delle persone. Purtroppo, non passò gran tempo che alcuni pellegrini cominciarono a strappare a quella mite colomba qualche penna, per riportarsela a casa come ricordo e come cosa ritenuta sacra. E l’indiscrezione arrivò a tal punto, che la povera bestiola finì per rimetterci la vita. Ma il cadaverino fu rispettato e, mummificato, venne conservato a lungo appeso ad una delle tante lampade pendenti, davanti all’altare del santo Patrono.

Pagar’ a tanto haldo

 

 


 

 


Sul tetto della Cattedrale ci sono due statue di marmo: quella a sinistra rappresenta S. Zeno, l’altra a destra S. Jacopo, in abito da pellegrino e per la sua festa, il 25 luglio, ogni anno gli viene messo un mantello di damasco rosso. I contadini pistoiesi volevano bene al Santo Patrono e cominciarono ad immaginarsi un San Jacopo che assomigliasse un po’ a loro e intorno a questo santo contadino nacque la leggenda del suo mantello.
San Jacopo er’ un contadino di giù di lontano, e po’ un zi dice San Jacopo Gallizia? E pare ‘he fusse anco’ un po’ bindolo o almeno, sa?…’un pagaa ma’ nessuno. Sicchè lu’ un giorno va da un contadino a compra un par di vitelli, dice:-Ve li pagherò a tanto haldo. Venite là per Sa’ Jaopo e allora ve li pago. Codesto contadino gli dà vitelli e lu’ se ne va. Quande’ rivò a Sa’ Jacopo ‘contadino gli va a chiede ‘su quattrini, si messe ‘i pastran ‘addosso per parè d’aè freddo. ‘Riva ‘l contadino, dice: – Oh!…Or’ è caldo e siem’ Sa’ Jacopo e son venuto a prende ‘quattrini de’ vitelli. Ma lu’ dice: -Sì, ma i’ un ho mia ‘aldo! …Un’ lo vedete ‘he ho sempre ‘l pastran’ addosso? E così lu’ un pagò ‘vitelli e per uesto ‘l giorno di Sa’ Jacopo gli mettano ‘l pastranino.

 

San Jacopo in Castellare


In una mattinata un po’ piovosa, siamo ripartiti alla ricerca di nuove trac
ce jacopee sotto la guida di Mariella, ci siamo ritrovati in una stretta strada in salita, con le pietre consunte, adatta al passo dei cavalli. Eravamo sullo “Sdrucciolo del Castellare”, a pochi passi dall’antico Ospedale del Ceppo. Secondo gli esperti “Castellare” richiama alla parola castello dal latino “Castrum”, fortezza, accampamento. All’interno del Castellare, un tempo munito di torri, di postoi di guardia e di uscite di sicurezza, c’era anche una chiesa. Abbiamo salito pochi scalini, ed in cima allo sdrucciolo, abbiamo visto un edificio chiuso, già da molti anni, per lavori di restauro. Questa era un’antica chiesa, dedicata a San Jacopo.  Essa nacque come chiesa del castellare, cioè posta in zona sopraelevata, all’interno del primo cerchio di mura e protetta dal coso del Brana. Aveva funzione difensiva contro le scorrerie degli Ungari e dei Normanni. Poichè a Pistoia incominciava a diffondersi il culto di san Jacopo, la chiesa prese il suo nome, proprio perchè alla sua intercessione il popolo attribuiva la salvezza della Spagna dai Saraceni. Secondo la tradizione locale, la costruzione di questa chiesa risalirebbe ad una data anteriore al 1000, anche se risulta segnalata per la prima volta, in una cartula del 1131: esisteva, probabilmente, un culto per San Jacopo già prima che la sua reliquia arrivasse a Pistoia? La guida ci ha detto, che sulle pareti interne della chiesa, sono stati ritrovati degli affreschi che, rappresentano la Vergine, in atto di allattare il Bambino, Vescovi e Santi, oltre ad inserti con motivi geometrici di rara finezza. Quando la situazione mutò e le scorrerie dei barbari diminuirono l’edificio decadde. Il Castellare e la sua chiesa avevano perso la funzione di rifugio, che avevano assolto per molti anni. Inoltre l’ampliamento delle mura, con la costruzione della seconda cerchia, spostò i nodi fondamentali della città verso la parte meridionale del centro antico, lasciando in posizione periferica la zona del Castellare.

 


 

Chi era San Jacopo?

Nella prima mGalizia, una regione della Spagna, apparve una stella luminosa. La seguì e, pensando che volesse indicargli qualcosa, si recò dal Vescovo del luogo, Teodomiro che, dietro le sue indicazioni, trovo il luogo, “Campus Stellae”, campo della stella, detto poi Compostella. Qui era situata l’arca marmorea contenente il corpo dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Questi era figlio di Zebedeo ed apostolo di Gesù, che fu processato e decapitato nel 42 da Erode Agrippa e si diceva avesse predicato anche nella Spagna pagana. Secondo la leggenda, il suo corpo fu poi trasportato in Galizia, su una barca guidata da angeli e lì fu sepolto. E San Giacomo, chiamato alla spagnola San Jacopo, divenne ben presto “San Jacopo Matamoros”, cioè sostegno dei cavalieri cristiani contro i Mori. Nel luogo in cui miracolosamente il sepolcro era stato trovato, sorse il santuario di Santiago (San Giacomo) di Compostella, che fu una delle più grandi mete di pellegrinaggio, per tutto il Medioevo.
Lo storiografo Salvi racconta che nell’anno 849, temendo i Pistoiesi che la loro città venisse invasa dai Saraceni, che erano giunti alle porte di Roma, fosse stata chiesta a San Jacopo la sua protezione, ricordando come, in simili circostanze, anche il re Ramiro di Spagna fosse ricorso all’aiuto del santo. Pistoia non venne invasa e tanta fu la gratitudine devota dei Pistoiesi verso San Jacopo, in onore del quale fu edificata una chiesa, sulla fortezza del Castellare. Nel 1139 a Pistoia, il vescovo Atto chiese una reliquia del santo, che fu portata direttamente da Compostella. Fu un evento molto importante per la città, perchè segnò un ritrovato accordo fra il vescovo ed i consoli del comune, dopo i dissapori culminati nella scomunica dei consoli da parte del vescovo. La reliquia, un frammento di osso del cranio del Santo, fu mostrata per la prima volta al popolo nel 1145. San Jacopo fu assunto patrono del Comune fin dal 1272 e da allora divenne il protettore della sua indipendenza, elemento di coesione civica fra potere laico e religioso. La reliquia venne deposta in una cappella appositamente costruita, la cappella di San Jacopo, che si trovava all’interno del Duomo. Fu così che, la cappella di san Jacopo, diventò subiuto meta di pellegrinaggi. Per tanti devoti, con in programma Compostella, Pistoia jacopea si fece spesso capolinea di partenza. Presso la cappella, infatti, si veniva a chiedere protezione per il lungo viaggio. Al ritorno, poi, si faceva traguardo d’arrivo, con sosta di doveroso ringraziamento per il buon esito dell’impresa. Come dice A. Cipriani, “…Pistoia ha avuto ed ha tuttora, un rapporto privilegiato con San Jacopo. Se un tempo lo si chiamava BARONE o MESSERE della città, per collocarlo nella gerarchia più alta che a LUi si riteneva spettasse….oggi si potrebbe definire il Santo di casa, il Santo dei Pistoiesi, di tutti i Pistoiesi…

Le antiche feste in onore di San Jacopo

Nella storia religiosa e civile della città di Pistoia, ha avuto nei secoli una notevole importanza la celebrazione delle feste patronali di San Jacopo. I festeggiamenti comprendevano:
-la presentaziopne degli omaggi
-la processione religiosa
-la fiera, e più tardi, anche…
-la colazione offerta alla nobiltà pistoiese e forestiera, che interveniva assai numerosa alla fiera.

Vi era poi l’usanza di concedere per tale ricorrenza la libertà ad un certo numero di prigionieri e di provvedere ad una larga distribuzione di pane ai poveri della città e della vicina campagna.


La presentazione degli omaggi
“L’invito alla cerimonia di omaggio ed all’intervento alla processione veniva fatto nel modo seguente.
Il Podestà cittadino era tenuto otto giorni avanti alla ricorrenza di san Jacopo a convocare il Consiglio del Comune. Dopo tale convocazione egli doveva fare pubblicare, a suono di tromba, nei luoghi soliti dove si eseguivano i bandi, da uno dei pubblici banditori vestito di zendalo a scacchi e nicchi, e armato di turcasso, le disposizioni generali. Si bandiva l’obbligo di ogni abitante della città, ad eccezione dei vecchi, degli ammalati e dei fanciulli, di intervenire col cero acceso alla processione della vigilia di San Jacopo. L’invito alla festa per le città, Signorie e Comuni lontani dalle città, era fatto dal Magistrato Civico di Pistoia.”
La cerimonia degli omaggi avveniva nella Chiesa di San Francesco e prima che questa fosse costruita, nella chiesetta di Santa Maria Maddalena de Plunte. Essa consisteva in dichiarazioni di sudditanza e di cortese saluto che i capi delle rappresentanze intervenute scambiavano con il Gonfalonier edi Pistoia.

La processione religiosa

Solenni erano i riti sacri. Di essi faceva parte una predicazione di otto giorni, affidata a dei religiosi. A tale scopo appendevano un telone tra il Battistero e la Cattedrale, per proteggere il pubblico dal sole o dalla pioggia e per facilitare l’audizione. Noi abbiamo visto i ganci di ferro ancora visibili sulla facciata di questi edifici. Importante era poi la processione, finita la cerimonia degli omaggi, che partiva dalla chiesa di San Francesco fino alla Cattedrale nel pomeriggio del 24 luglio. In questo pomeriggio, il clero della Cattedrale e della Cappella, seguito da tutte le autorità cittadine, portava alla chiesa di san Francesco al prato la reliquia di San Jacopo. Da quella chiesa, dopo breve sosta, la processione sfilava. La processione era preceduta da suonatori, istrioni,  danzatori ed altri curiosi personaggi, i quali, con canti e danze, richiamavano l’attenzione divertita degli spettatori. Seguivano poi gli abitanti della città e diontorni, recanti ceri accesi e preceduti dalle insergne dei rispettivi rioni. Venivano quindi nell’ordine: i membri delle undici corporazioni d’arti e mestieri; le rappresentanze dei Comuni del contado; quelle dei Comuni alleati o amici; i rappresentanti delle istituzioni pubbliche di carità; il Podestà con la sua corte; i componenti la magistratura comunale scortati da araldi a cavallo.

 

  

 

 

Un araldo sorreggeva il palio destinato al vincitore della corsa del giorno seguente ed un altro portava il gonfalone della città. Un drappello militare concludeva questa parte del corteo. Subito di seguito c’erano gli ordini religiosi, le varie classi del clero, ed infine il Capitolo della Cattedrale ed il Vescovo. A questo punto veniva il reliquiario di San Jacopo, scortato da molti bambini coi ceri accesi. Davanti al baldacchino, in abito verde, vi erano due carcerati, ai quali, in quella occasione, veniva ridonata la libertà, ad onore e gloria di San Jacopo. Infine chiudeva la processione un’ultima squadra di militari e, devotamente, il popolo. Giunta alla Cattedrale, la reliquia veniva collocata sull’altare della Cappella, ed il rito si concludeva con la benedizione impartita dal Vescovo. Il vescovo, poi usciva sotto il loggiato e benediceva i cavalli, che avrebbero corso il palio. In questa occasione il Capitano del Popolo ed il Podestà, offrivano in dono alla Cappella un “palio”. Nella ricorrenza annuale della festa, tanto la Cappella del Santo, quanto la Cattedrale, la Loggia e la piazza, venivano decorate con ogni cura. “Grandi festoni di verzura formati con rami di bussoli, di allori, …di meloi recanti frutta, di rami di rose in fiore pendevano da ogni arcata della chiesa”…

Pranzi speciali

Le feste patronali venivano poi festeggiate con pranzi speciali, nelle famiglie e nelle comunità. Particolarmente ricco di dolci e di buoni vini era il RINFRESCO, che si offriva in episcopio o in comune, alle autorità civiche, al clero e alle altre personalità venute da fuori Pistoia. In questo rinfresco non mancavano i confetti, rotondi oppure ovali, dalla superficie bernoccoluta. Altro dolce caratteristico era il berlingozzo, una ciambella rotonda, profumata di limone.
Si mangiavano anche i confortini o bericuocoli, dei pasticcini a forma di piccolo recipiente, che al momento di mangiarli venivano riempiti di liquore dolce. Sulla mensa di ogni buon pistoiese, non dovevano mancare, per San Jacopo, i maccheroni… all’anatra.
Un vecchio detto voleva che in quel giorno, il 25 luglio, le campane del Duomo suonassero …a maccheroni!

La fiera

La fiera di San Jacopo durava circa quindici giorni, cominciando la settimana precedente la festa del 25 luglio e prolungandosi per tutta la settimana successiva. La fiera comprendeva il commercio degli animali e delle merci. In piazza del Duomo era fissato il luogo dove dovevano vendere gli stovigliai, i pentolai, i rivenditori di canape…Sotto la loggia del Palazzo del Comune, si potevano esporre e vendere le lane…
Cantastorie, giocolieri e buffoni erano presenti per divertire il pubblico, che tuttavia era attratto in particolare dai fuochi d’artificio. A partire dal secolo XVI, i fuochi avevano preso il posto dell’antica luminaria a base di sostanza grasse o resinose accese in appositi recipienti, che si collocavano sulle torri e sulle cornici dei palazzi pubblici e privati.
I fuochi d’artificio si accendevano la sera del 24 luglio.
In quella stessa sera era in uso nelle campagne l’accensione di falò di legna, che davano una viva nota d’allegria.

Il palio di San Jacopo

Non è possibile determinare con sicurezza quando la corsa dei cavalli per la festa di San Jacopo, abbia cominciato ad essere fatta a Pistoia. La prima notizia sicura, sulla corsa del palio, risale al 1265. Tra le spese effettuate dagli Operai di San Jacopo in quell’anno, si trova scritto: -…A Paolo Rovini da Pisa, per aver ricomperato da lui  per conto dell’Opera un palio di seta, che egli vinse nella festa di San Jacopo, quando fu corso il palio, lire 11.
Anche nel 1284, in una provvisione pistoiese se ne parla come “l’Honorevole Pallio dei Berberi”.
La corsa del palio, già dal primo o secondo decennio del 1300, venne ammessa come parte integrante e necessaria delle feste patronali. E quanto ci tenessero i Pistoiesi a quest’usanza, si può vedere da un episodio riportato da Sozomeno. Nell’anno 1363 scoppiò una guerra tra Fiorentini e Pisani. Questi si accamparono sotto le mura di Pistoia il 24 luglio. I Pisani disturbarono la festa di San Jacopo, non permettendo l’esposizione della bandiera per la corsa dei cavalli, ed il popolo pistoiese fece intendere che”…se non si era corsa in Pistoia la bandiera di San Jacopo, l’avrebbero fatta correre sulle porte di Pisa”. E così avvenne. Il 28 luglio 1364 i Fiorentini ed i Pistoiesi riportarono una bella vittoria sui Pisani e l’indomani “corsero il Pallio di San Jacopo; vollono i Fiorentini che i Pistoiesi corressero ivi quel Pallio perchè i Pisani avevano storpiato la festa a Pistoia.”
Non si conosce, però, l’antico percorso della gara e neppure come si svolgesse. Una deliberazione comunale del 1514 ci ha documentato le modalità ed il percorso di questa corsa. Questa deliberazione era stata presa, per contestazioni che erano sorte per precisare i punti di partenza e di arrivo dei berberi, cavalli da corsa originari dell’Africa settentrionale. Così il Consiglio del Popolo e del Comune di Pistoia determinò come luogo da dove i cavalli della corsa muovessero, una colonna militare dei tempi romani, posta sulla via Lucchese, circa un chilometro oltre Pontelungo, presso l’attuale villa Spiti. Come luogo delle riprese, cioè d’arrivo, doveva corrispondere alla chiesa di Santa Maria Maggiore o Cavaliera, situata a fianco del Palazzo Comunale, sull’imbocco di via XXVII Aprile. Si trattava, quindi, di una corsa in lungo, pressochè rettilinea, di quasi tre chilometri. La corsa dei berberi per San Jacopo, seguì così fino alla metà del secolo XVI, su questo itinerario, nonostante la sporgenza della chiesa di San Vitale, che veniva a chiudere per metà via della

 Madonna, presentasse notevoli pericoli. Il percorso rettilineo fu poi mutato dopo la metà del secolo XVI, a causa della costruzione del bastione fortificato di Porta Lucchese, voluto dal Duca Cosimo I dei Medici. Per campo della corsa dei berberi fu allora prescelto, in città via dello Spianato, che più tardi avrebbe preso il nome di Corso, in tutta la sua lunghezza. La corsa sarebbe partita dal prato di San Francesco, in prossimità della chiesa di Ripalta, dove era stabilito il luogo delle mosse, doveva oltrepassare il quadrivio di San Vitale e successivamente quello di San Paolo e giungere all’arrivo, alla chiesa di Santa Maria Nuova, all’entrata dell’attuale Piazza della Resistenza. La corsa iniziava nel tardo pomeriggio. I cavalli venivano portati al luogo destinato alla corsa, bendati e non dovevano essere ornati ” di orpelli, di campanelli o di fronzoli o altra cosa insolita da impaurire la carriera degli altri corridori”. Come partecipanti alla corsa, si trovano ricordati, in documenti, i cavalli del Doge di Genova, dei Duchi 

di Mantova e di Ferrara, dei Granduchi di Toscana, dei Principi Colonna. I cavalli prendevano posto alla partenza, dove veniva teso un canopo, da potersi abbassare speditamente. Il cavaliere della corte del Podestà o del Commissario, procedeva ala chiamata dei cavalli, pronunciando le parole:- Alla corda barbareschi!
Subito dopo il trombettiere dava il segno della partenza. La corsa lungo la strada del Corso era facilitata dal fatto che, il centro della strada era sterrato per cavalli e carrozze, mentre i bordi erano rialzati e selciati per i pedoni. Presso il quadrivio di San Vitale, verso sud, veniva costruito un palco, riservato alle pubbliche autorità. Il palco dei Giudici del Palio, veniva collocato sul fianco settentrionale della chiesa di Santa Maria Nuova
Verso la fine del XVIII secolo iniziò l’usanza, che dura fino ad oggi, di solennizzare la notte della vigilia di San Jacopo con uno spettacolo di fuochi artificiali. Tra la fine del ‘700 e durante l’ ‘800 andò ad aggiungersi alla corsa del palio una corsa “in tondo”. Questa si svolgeva intorno all’ellittica di Piazza San Francesco il giorno 26 luglio e ripetuta per San Bartolomeo. Cessata definitivamente la corsa in lungo del Palio allo scoppio della prima guerra mondiale, la manifestazione fu ricostituita più tardi con la configurazione della corsa in tondo, a modo di “giostra” o “Quintana”, dove veniva messo in evidenza non solo la velocità del cavallo, ma anche l’abilità del cavaliere. Il Palio di san Jacopo divenne così “Giostra dell’Orso”, prendendo nome dall’orso, l’animale araldico del Comune di Pistoia fin dal 1360. Ancor oggi rimane nella gara il ricordo delle antiche origini, perchè il premio per il vincitore è sempre il Palio, cioè il gonfalone in stoffa pregiata, decorato e spesso dipinto, confezionato fin dal Medioevo a questo scopo.
  

Il palio

Uno degli elementi di continuità che possiamo trovare fra l’antica festa in onore di San Jacopo e quella odierna, è la consegna di un drappo prezioso, il palio, al vincitore della corsa. Nel passato il palio veniva fatto confezionare dall’Opera di san Jacopo e consisteva in un drappo o gonfalone di stoffa preziosa, adorno di nappe, cordoni, frange e nastri di tessuto d’oro. I palii per la festa di San Jacopo erano due: uno da offrire all’altare del Santo apostolo e l’altro da dare in dono al vincitore del palio dei berberi. Una speciale commissione scelta fra gli Operai di San Jacopo aveva ogni anno l’incarico di acquistare la stoffa dei due palii, recandosi nelle botteghe dei setaiuoli di Lucca o Firenze. I due drappi erano montati su due aste di legno, sormontate l’una dall’immagine di un orsacchiotto (palio offerto dal Comune all’altare di San Jacopo) e l’altra da quella del Santo apostolo (palio donato dall’Opera di San Jacopo al vincitore della corsa o al proprietario del cavallo); entrambe le due sculture erano realizzate in legno e poi dipinte. Il palio, offerto come premio al vincitore veniva, nei giorni precedenti la gara, esposto nei punti più significativi della città, dai tavolaccini del Comune (uscieri), i quali fermandosi, davano lettura ad alta voce del bando della corsa. Il giorno della competizione, dopo essere stato portato in processione e benedetto, veniva appeso ad una finestra sulla facciata del Palazzo Comunale.

I rioni

In passato la città di Pistoia era suddivisa in quattro porte: Porta Lucchese o Lucense;
Porta Gaialdica o Caldatica o Carratica;
Porta S. Andrea, poi della Ripalta e quindi Porta al Borgo;
Porta Guidonis, detta poi S. Marco.
Alla Giostra dell’Orso, partecipano tre cavalieri per ogni Porta o Rione.
I Rioni sono contraddistinti da proprie insegne araldiche: Porta San Marco ha il LEON D’ORO, Porta Carratica ha il DRAGO, Porta Lucchese il CERVO BIANCO, Porta la Borgo il Grifone.

La Giostra dell’Orso

Nel 1947, dopo la guerra mondiale, un gruppo di giovani studenti universitari ideò la prima Giostra dell’Orso, che trae le sue origini nell’antico Palio che si correva per San Jacopo. Le prime notizie di una “giostra si hanno in una “Dichiarazione della Giostra” fatta a Pistoia l’anno 1666…”per la festa di santa Francesca Romana (10 marzo) a disposizione del rev. Signore Don Ippolito Barone Bracciolini, abate degnissimo olivetano, nella quale l’Orso colla sopraveste bianca e rossa (a scacchiera) insegna della medesima città di Pistoia, tenendo per bersaglio un fiasco, servirà da Saracino, ove sotto la scorta di Bacco, correndo, i Cavalieri del vino (bianco e rosso) tenteranno il loro valore nel dare nel fiasco e pigliar l’Orso”. Il 19 luglio 1947 si disputò la prima Giostra dell’Orso, in piazza del Duomo. I rioni, che gareggiavano per l’ambito premio, il palio, erano quattro, corrispondenti alle quattro porte della città: Porta al Borgo, Porta Lucchese, Porta Carratica e Porta San Marco. Solo per la Giostra del 1947, verrà prevista una contrada in più, corrispondente alla città all’interno della prima cerchia di mura.

La corsa dei cavalli si svolgeva in un tracciato rettilineo che dal Palazzo comunale arrivava fino al Palazzo del tribunale, dove era prevista la ripresa del cavallo. Circa all’altezza del Campanile era stato collocato l’orso, con la testa in cartapesta ed il corpo ricoperto da pelli scure di capra. L’orso si presentava con le zampe divaricate, su una delle quali era posto il bersaglio e sull’altra un flagello, che si abbassava solo se il cavaliere riusciva a fare centro. Nel caso contrario l’orso funzionava come un saracino ed occorreva essere veloci per evitare il colpo. La giostra del 1947 venne preceduta dalla sfilata storica guidata dai trombetti e tamburini del Comune, dall’Araldo, dai Giudici di campo e da chi portava il palio. Seguivano i cinque rioni, ciascuno con i propri rappresentanti e le proprie bandiere. Chiudevano la sfilata una parte della fanteria comunale ed un plotone d’onore a cavallo della Legione Carabinieri di Firenze. Allo spettacolo parteciparono cinquemila spettatori, che si appassionarono alla gara, facendo un caloroso tifo. Negli anni successivi, furono portate modifiche alla Giostra: l’orso in cartapesta fu sostituito da una figura stilizzata, che richiamava le fattezze dell’orso. 

Il percorso da rettilineo divenne ovale. Vennero realizzate due piste, l’una accanto all’altra, a forma di otto. Intorno a queste correvano due cavalieri avversari, i quali dovevano colpire rispettivamente due orsi posti nell’area di contatto fra i due circuiti, dopo aver compiuto due giri. Dopo vari anni, fra interruzioni e cambiamenti, oggi la Giostra dell’Orso si corre ogni anno, il 25 luglio. Al mattino, un corteo storico in costumi trecenteschi, sfila lungo le vie del centro storico, seguendo la linea della prima cerchia di mura. Si possono ammirare in costumi d’epoca, i rappresentanti sia nobiliari che popolari dei vari rioni, insieme alle loro bandiere portate dagli alfieri e la comunità intesa come potere medievale, oggi comune, alla cui testa i suoi alfieri portano il gonfalone del comune. Quando il corteo arriva davanti alle porte del Duomo, queste vengono aperte ed avviene l’incontro con il Vescovo il quale dopo il saluto delle autorità cittadine, rientra nella Cattedrale seguito dal corteo. Il Vescovo, poi, celebrerà la Santa Messa in onore di San Jacopo, durante la quale avverrà la benedizione del Palio. A conclusione della mattinata, nel Palazzo comunale verrà effettuato il sorteggio dei cavalieri per la giostra. Prima della corsa del palio, il corteo, dopo aver sfilato sulla pista in terra battuta, in piazza del Duomo insieme ai cavalli e cavalieri, verrà benedetto dal Vescovo dalle finestre del Palazzo comunale.

Alla Giostra partecipano tre cavalieri per ogni Rione, che gareggiano in diciotto tornate, secondo il sorteggio effettuato al termine della mattina. I loro costumi portano i colori di ciascun “Rione”: giallo e rosso Porta San Marco, verde e rosso Porta Carratica, bianco e verde Porta Lucchese, bianco e rosso Porta al Borgo. I cavalieri galoppano ad inseguimento, due per volta, scattando contemporaneamente al segnale di partenza. I cavalieri compiono due giri completi di pista, in senso orario, al galoppo lanciato e, al termine del secondo giro, colpiscono i bersagli. Questi sono due orsi stilizzati posti in posizione verticale, con le zampe anteriori aperte orizzontalmente: la zampa destra sorregge il bersaglio, la sinistra cade quando questo è stato centrato. Per ciascuna tornata vengono assegnati punteggi e penalità, secondo le regole di gara, ai cavalieri giostranti e quindi ai “Rioni”.
Viene proclamato vincitore della Giostra, il Rione che, tolti gli eventuali punti di penalizzazione, ha ottenuto il punteggio complessivamente più alto.
Il cavaliere che ha ottenuto il maggior punteggio personale, tolti gli eventuali punti di penalizzazione, viene proclamato “cavaliere Speron d’Oro”

Fonte: http://www.icsfrankcarradori.gov.it